Il castello delle ceneri

Ieri sera all’ora di cena la televisione a casa nostra era casualmente sintonizzata su un noto programma di feste sfrenatissime e lussuosissime. Si tratta di un programma a cui normalmente nessuno di noi è interessato, ma ieri, tra un “mangia la minestra se no niente cartoni” e un “non sbriciolare tutto il pane sul tappeto” qualcosa ha iniziato a catturare la mia attenzione. La puntata era dedicata a una bella ragazza in procinto di compiere 18 anni, tutta presa dall’organizzazione (coadiuvata da una compiacente mamma) di una grande festa per celebrare il suo passaggio alla maggiore età.

Di questa ragazza non si sa praticamente nulla, se non che il trucco eccessivo le regala almeno 10 anni, che ha un fidanzato da cui ha ricevuto in regalo una serenata da uno dei cantanti neomelodici più à la page del momento, che vive probabilmente in una casa popolare (o similare, così si evince dalle immagini del condominio) e che il suo obiettivo massimo, ciò che vuole ottenere da questa festa decisamente fuori misura, è lo sguardo ammirato dell’altro.

Ciò che questa ragazza desidera e che esplicita come se fosse la cosa più normale del mondo, senza ricorrere a mezzi termini o sottintesi bisogna dargliene atto, non è altro che essere vista, apprezzata, venerata come una principessa (ma le principesse si venerano?), forse invidiata. E per cosa? Per la sua bellezza, per i suoi vestiti ipericamati e luccicanti, per l’opulenza che avvolge le ore nell’andirivieni delle portate, della vocalist che ricorda con insistenza il nome della ragazza e il motivo per cui tutta quella gente è lì, per l’ennesima cantante (pure questa à la page) che le dedica una canzone, negli addobbi rosa e gold (perchè dire “oro” non è la stessa cosa, viene rimbeccata una zia).

Guardo mia figlia alle prese con la minestra e penso ai suoi album delle principesse, dove in effetti di rosa e gold viene fatto largo uso, al suo vestito di Frozen con il quale vive in simbiosi, che non la si può nemmeno prendere in braccio se no, guai, potrebbe cadere qualche brillantino, al foglio incollato alla scuola materna con lo scoch e ritagliato come una corona che portava con orgoglio sulla testa qualche giorno fa quando sono andata a prenderla. E mi dico che va bene, ha 4 anni e mezzo, per lei è un gioco e questo è chiaro tanto a lei quanto a noi. Da genitori sappiamo bene quanto la sua personalità sia complessa e quanto non si possa saturare in un solo aspetto, come quella di ogni bambino che ha tutta la vita davanti e perciò tante scelte da operare per diventare grande, per capire chi è.

Mentre faccio due rapidi calcoli sul costo complessivo della festa penso che con quella cifra (sostenuta nel programma da una famiglia evidentemente non particolarmente benestante) potrei garantire a mia figlia l’università e pure un master, o un viaggio per il mondo, o una quota sostanziosa per una casetta di proprietà. Potrei regalarle un bel tassello di futuro, una proprietà immobiliare, intellettuale, culturale o un pezzo di tutte e tre.

Questa famiglia invece ha scelto di festeggiare un eterno presente, un’autocelebrazione allo stato purissimo dell’effimero perchè quella ragazza non sarà mai più giovane di così, più bella di così più elegante di così. Una moderna Cenerentola che ritornerà presto nei suoi panni e ai suoi impegni, ammesso che ne abbia, a postare sui social foto di scarpette di cristallo che non ci sono più. Mi atterrisce la frase della madre “cosa si può desiderare di più per una figlia se non questo?”.

Immagino si possa, e forse si debba, desiderare altro per i propri figli. Immagino sia nostro dovere curare il loro animo almeno quanto, se non più, di come curiamo il loro aspetto in modo che possano crescere e non ritrovarsi un giorno quattrenni imprigionati in corpi di bellissimi adulti, dipendenti dallo sguardo e dal riconoscimento dell’altro in forme e modi non dissimili da “guardami mamma! guarda come sono bravo!”, perchè se non mi guardi, non mi gratifichi, non sostieni il mio narcisismo fragile io non sono più.