Non ho bisogno di andare in terapia, se ho bisogno di parlare mi bastano gli amici/la famiglia/il mio compagno…

  • Non ho bisogno di andare in terapia, se ho bisogno di parlare mi bastano gli amici/la famiglia/il mio compagno…

Spesso si sente dire “un chirurgo non può operare i propri famigliari”.

Non so se sia un assunto vero in assoluto, ma al di là veridicità o meno dell’affermazione, la maggioranza di noi la trova assolutamente ragionevole.

Inoltre fornisce una metafora interessante su cui riflettere.

Il motivo per cui un chirurgo non potrebbe operare un suo caro è intuitivo e riguarda aspetti di natura emotiva e quindi strettamente e universalmente umani; riguarda, intesa in termini molto semplici, tutti quei risvolti e implicazioni emotive che lo stare in relazione con l’altro che amiamo producono. E’ un livello profondo dell’animo umano, a tratti irrazionale e contraddittorio ma che ci spinge inevitabilmente verso l’altro.

Immaginiamo che il figlio del chirurgo abbia un incidente e che debba essere operato di urgenza. Il chirurgo si occupa di questo genere di casi tutti i giorni, è un buon dottore, competente, scrupoloso e ha nervi saldi. Ora però si trova davanti a una situazione inaspettata, il proprio figlio è ferito e in pericolo di vita. Presumibilmente il chirurgo potrà sentirsi disperato, terrorizzato dall’idea di perdere il figlio, potrà provare una gamma infinita di sentimenti che vanno dalla speranza all’incredulità, sentimenti talmente intensi e disturbanti da impedirgli di pensare ad altro che non sia il suo essere padre e a ciò che rappresenta per lui quel figlio che è inconcepibile pensare di perdere. Quando si ama qualcuno vogliamo proteggerlo, preservarlo dal dolore, conservare la relazione che abbiamo con lui e dalla quale noi stessi dipendiamo. La posta in gioco è altissima, troppo alta, ed è probabile che sarà qualcun altro a operare il ragazzo. Qualcuno che pur riconoscendo il valore della vita non intrattiene con quello specifico essere umano una relazione di natura diversa da quella medico-paziente.

Gli esseri umani normalmente intrattengono numerose relazioni significative con altri esseri umani, da queste relazioni dipende non solo la sopravvivenza stessa dell’uomo ma anche il modo in cui egli stesso si percepisce. Più queste relazioni sono intense e significative più tendiamo a proteggerle e preservarle perchè costituiscono il nostro mondo.

Quando diciamo che un chirurgo non può operare un proprio caro è perchè tendiamo a immedesimarci con l’uomo-padre e non con l’uomo-medico. Sappiamo e sentiamo nel profondo di noi stessi che un padre sarebbe drammaticamente sconvolto nel vedere il proprio figlio gravemente ferito e che questo aspetto emotivo sarebbe talmente perturbante da rendere di fatto impossibile curarlo, nonostante abbia le competenze per farlo.

La metafora del chirurgo è una metafora potente perchè ci mette faccia a faccia con tutti quegli aspetti emotivi che vengono sollecitati dallo stare in relazione con l’altro che amiamo ma che nonostante ciò soffre.

In ambito psicologico le cose sono però un po’ diverse. Chiunque incontriamo può avere effetti terapeutici per noi e per la nostra sofferenza, chiunque può essere un “buon chirurgo”. Sentire di avere una buona rete sociale intorno a noi rappresenta uno degli indicatori primari per ciò che riguarda la nostra salute psicologica. Le relazioni sociali di buona qualità e “giusta” quantità sono una risorsa importante per il benessere dell’individuo nella sua globalità.

Sappiamo anche però, che per quanto lo stare in relazione con l’altro ci permetta di fatto di sopravvivere, le cose che riguardano gli essere umani non sono mai semplici.

Siccome noi dipendiamo dagli altri proprio come gli altri dipendono da noi e siccome i legami che ci uniscono sono emotivamente carichi, a volte troviamo qualche difficoltà quando ci troviamo ad aiutare o ad essere aiutati.

Ora pensiamo a tutte le volte che abbiamo confidato i nostri problemi a un amico. Forse in primo luogo ci verranno in mente quelle volte in cui non l’abbiamo fatto: non volevamo farlo preoccupare? avevamo timore che potesse cambiare la sua idea su di noi? abbiamo ritenuto che potessimo farcela da soli?

Altre volte invece, l’abbiamo fatto, abbiamo parlato con qualcuno cercando negli altri una risposta che avvertivamo non potesse essere trovata in noi. Forse abbiamo ricevuto validi consigli per tamponare una situazione che sembrava senza via di uscita, visioni diverse con cui confrontarsi, del conforto o semplicemente un abbraccio che per un momento ha spazzato via la solitudine ecc. ecc.

Ci è capitato, però, anche di sentirci confusi rispetto le risposte alle nostre richieste di aiuto. Ci è capitato che un consiglio non fosse sufficiente, che non lo sentissimo nostro pur riconoscendo le buoni intenzioni del nostro interlocutore, che ci sentissimo non totalmente compresi, che con vergogna ci rendessimo conto che il conforto e l’affetto non bastavano a sanare un dolore profondo, perchè ciò di cui avevamo davvero bisogno era di comprenderlo.

Non è raro che la situazione analitica conduca a riflessioni nuove, sorprendenti e di natura qualitativamente diversa a quelle a cui il paziente è abituato a ricevere dal suo contesto di vita. Esclamazioni del tipo “mio marito mi ha sempre detto che gli altri mi trattano così perchè sono invidiosi…ma questa spiegazione non mi ha mai convinta fino infondo, ora so che c’è dell’altro” oppure ” i miei amici mi dicono che non riesco a impormi sulle cose per me importanti perchè sono troppo buono, ma ormai non ne parlo nemmeno più…questa risposta mi fa sentire ancora più frustrato” sono decisamente frequenti.

Non si tratta di risposte che sminuiscono il dolore dell’altro, anche se saremmo tentati di pensarlo, ma di risposte che cercano di salvare l’altro e salvare se stessi allo stesso tempo. La donna “invidiata” è probabilmente una donna che agli occhi del marito appare forte, sicura e di successo ed è probabilmente così che il marito ha bisogno di continuare a vederla (per ragioni complesse che non è possibile esaurire in questa sede). Il ragazzo “troppo buono” potrebbe essere una persona su cui è sempre possibile fare affidamento, una persona sensibile, disponibile e generosa, una vera risorsa per chi gli sta vicino, ma che può continuare ad essere questo per gli altri solo se si lasciano da parte tutti quegli aspetti che non si accordano con questo tipo di immagine “sociale”, perchè “se non sono quello che gli altri vedono di me, io cosa sono?”.

Questo significa che parlare a uno “sconosciuto” dei tuoi problemi permette di arginare tutti quegli aspetti che sono veicolati dal legame emotivo con gli altri. Non che un terapeuta non provi sentimenti nei confronti dei suoi pazienti, questo è inevitabile, ma sa come maneggiarli e renderli validi strumenti per il lavoro psicologico. Il terapeuta è paragonabile al secondo chirurgo di qui sopra, quello che riconosce il valore della vita umana ma non ha col suo paziente un legame che sia diverso da quello professionale.

A volte quando sembra che nessuno ci voglia capire è perchè nessuno del nostro contesto sociale può davvero farlo. O si è troppo o troppo poco coinvolti, e il nostro dolore fa paura in entrambi i casi. Si è troppo vicini o troppo lontani e in entrambi i casi mettere a fuoco certi aspetti di noi stessi e degli altri diventa impresa ardua.

Hai qualche curiosità? dubbio? o domanda? lascia un commento e ti risponderò il prima possibile!

 

Un pensiero su “Non ho bisogno di andare in terapia, se ho bisogno di parlare mi bastano gli amici/la famiglia/il mio compagno…

Rispondi

Inserisci i tuoi dati qui sotto o clicca su un'icona per effettuare l'accesso:

Logo WordPress.com

Stai commentando usando il tuo account WordPress.com. Chiudi sessione /  Modifica )

Google+ photo

Stai commentando usando il tuo account Google+. Chiudi sessione /  Modifica )

Foto Twitter

Stai commentando usando il tuo account Twitter. Chiudi sessione /  Modifica )

Foto di Facebook

Stai commentando usando il tuo account Facebook. Chiudi sessione /  Modifica )

Connessione a %s...