Speriamo che con lei si apra…

  • Con noi non parla. Speriamo lo faccia con lei!

Quando i genitori si rivolgono a un terapeuta per un figlio adolescente non è raro che una delle loro aspettative sia proprio questa: “Con noi non parla, speriamo che con lei riesca ad aprirsi!”. Non è una questione semplice da circoscrivere, e ciò che di seguito si propone altro non è che un tentativo…

Di certo è un’aspettativa ragionevole! D’altra parte quando si decide di rivolgersi a uno specialista per il proprio figlio è probabile che ci sia già una certa percezione che il problema riguardi anche degli aspetti comunicativi/relazionali tra genitori e ragazzo.

E’ abbastanza comune che al primo colloquio i genitori portino tutta una serie di difficoltà legate alla comprensione del disagio del figlio. Ci si rende conto che c’è qualcosa che non va, una sofferenza più o meno esplicita del ragazzo che spesso si manifesta con agiti di varia natura, ma a cui è difficile attribuire un senso. Non di rado l’intera famiglia si trova alle prese con un doloroso rompicapo; da una parte i genitori: “sta male ma non riusciamo a capire cosa abbia, con noi non parla!”, dall’altro i figli: “i miei genitori non mi ascoltano, non mi capiscono, non possono capire”.

Queste questioni non rappresentano una particolare novità: da parecchio sappiamo (ed è di dominio comune) che gli adolescenti, per tutta una serie di ragioni fisiologiche ma anche psicologiche e sociali, si trovano a dover fare i conti con la separazione dalle loro figure di riferimento primarie. Solo passando attraverso questo processo di “allontanamento” potranno iniziare a rimodellare la propria identità in vista dell’ingresso nel mondo degli adulti.

Gli adolescenti hanno i loro buoni motivi per sottrarre aspetti della propria vita alla supervisione dei genitori, i quali al contrario, si dimostrano spesso nostalgici di quel genere di condivisione totalizzante che aveva caratterizzato l’infanzia.

Siccome non è facile fare i genitori così come non lo è fare i figli, trovare un compromesso risulta abbastanza di frequente una sfida a chi tira di più la corda, piuttosto che una cocostruzione di nuovi equilibri funzionali alla comprensione e all’accettazione dell’altro per com’è e per ciò che sta divenendo.

Questo non significa che il conflitto (manifesto, agito, pensato, attuato ecc ecc) non possa fare parte di una buona relazione, anzi! il conflitto è parte costitutiva e imprescindibile della buona vita sociale, anche familiare, benchè purtroppo siamo spesso indotti a credere che il conflitto sia da rifuggire. Ma il conflitto, il buon conflitto, deve poter essere utilizzato come uno strumento di comprensione di sè e dell’altro e non confinato a una dimensione in cui l’unico scopo è mantenere se stesso come sola possibilità di stare con l’altro.

Ma come è possibile uscire dall’impasse se genitori e figli sembrano parlare lingue diverse, siano esse le urla, il silenzio, la menzogna, il raggiro, il ricatto, la fuga…?

Alla luce di ciò è chiaro come una delle aspettative più complesse con cui ci si rivolge al terapeuta è che egli possa fungere da una sorta di traduttore bidirezionale che aiuti gli uni a comprendere gli altri. Ed è proprio da questo che nasce il primo fraintendimento esplicitato più o meno così “a noi non dice cosa lo fa stare male, se lei riesce a farlo parlare allora potremo capire cos’ha”.

Non è mai semplice frustrare le aspettative di chi ci chiede aiuto, a maggior ragione se è una persona che soffre, come può essere un genitore davanti al dolore senza nome del figlio. Ma la verità è che non ho il potere di far parlare qualcuno se non vuole. Certo, questo forse renderebbe più “semplice” il lavoro, ma sarebbe davvero la cosa migliore? Sarebbe onestamente utile che un ragazzo che fuori dallo studio non proferisse una singola parola con gli adulti (e talvolta con i coetanei) fosse con me un libro aperto? E ancora: quante volte si fanno delle cose senza conoscerne davvero il motivo? come spiegare a qualcuno come e perchè si sta in un certo modo se non è chiaro nemmeno a noi stessi?

Se fosse possibile capire l’altro, la sua sofferenza, la sua necessità di essere compreso, il suo modo di stare al mondo e di agire su di esso, semplicemente chiedendoglielo (ammesso di ottenere una risposta), significherebbe accettare un essere umano perfettamente onnisciente rispetto a se stesso e quindi all’altro…e allora forse non esisterebbe nemmeno il dolore.

Le riflessioni potrebbero essere tante e tante altre se ne potrebbero fare per ogni specifico caso. Due però mi sembrano fondamentali:

  • Chi entra nello studio di un analista deve poter esercitare un diritto fondamentale e importantissimo: porsi per ciò che egli è. Questo sta a significare che il terapeuta non è lì per essere compiaciuto, per giudicare o per agire in modo coercitivo e indiscriminato sull’altro, non è lì per pontificare su come si dovrebbe essere e non si è, per proporre soluzioni o consolazioni. (Non è questo il tipo di lavoro che mi sento di poter o volere offrire). Queste sono tutte cose di cui è bene informare chi si rivolge a un terapeuta, sia esso l’inviante (come nel caso dei genitori) o il ragazzo.
  • Quanto detto implica la legittima possibilità da parte del ragazzo di scegliere di non dire di sè; al ragazzo non viene chiesto di “fare delle delle cose” ma di “di essere quello che è”. Al terapeuta resta il compito di accogliere tutto questo e accettare che la relazione possa costituirsi a partire da altro, cioè la situazione stessa dello stare insieme.

In questo senso il lavoro terapeutico deve essere inteso come una comprensione dell’altro a un livello profondo, che può prescindere addirittura da ciò che si dice e ciò che si esplicita.

Che il ragazzo “si apra” o “non si apra”, non fa una sostanziale differenza ai fini terapeutici, perchè quello che davvero conta è che egli si renda disponibile a stare in relazione con l’altro. Qualsiasi forma la relazione assuma.

Non ho bisogno di andare in terapia, se ho bisogno di parlare mi bastano gli amici/la famiglia/il mio compagno…

  • Non ho bisogno di andare in terapia, se ho bisogno di parlare mi bastano gli amici/la famiglia/il mio compagno…

Spesso si sente dire “un chirurgo non può operare i propri famigliari”.

Non so se sia un assunto vero in assoluto, ma al di là veridicità o meno dell’affermazione, la maggioranza di noi la trova assolutamente ragionevole.

Inoltre fornisce una metafora interessante su cui riflettere.

Il motivo per cui un chirurgo non potrebbe operare un suo caro è intuitivo e riguarda aspetti di natura emotiva e quindi strettamente e universalmente umani; riguarda, intesa in termini molto semplici, tutti quei risvolti e implicazioni emotive che lo stare in relazione con l’altro che amiamo producono. E’ un livello profondo dell’animo umano, a tratti irrazionale e contraddittorio ma che ci spinge inevitabilmente verso l’altro.

Immaginiamo che il figlio del chirurgo abbia un incidente e che debba essere operato di urgenza. Il chirurgo si occupa di questo genere di casi tutti i giorni, è un buon dottore, competente, scrupoloso e ha nervi saldi. Ora però si trova davanti a una situazione inaspettata, il proprio figlio è ferito e in pericolo di vita. Presumibilmente il chirurgo potrà sentirsi disperato, terrorizzato dall’idea di perdere il figlio, potrà provare una gamma infinita di sentimenti che vanno dalla speranza all’incredulità, sentimenti talmente intensi e disturbanti da impedirgli di pensare ad altro che non sia il suo essere padre e a ciò che rappresenta per lui quel figlio che è inconcepibile pensare di perdere. Quando si ama qualcuno vogliamo proteggerlo, preservarlo dal dolore, conservare la relazione che abbiamo con lui e dalla quale noi stessi dipendiamo. La posta in gioco è altissima, troppo alta, ed è probabile che sarà qualcun altro a operare il ragazzo. Qualcuno che pur riconoscendo il valore della vita non intrattiene con quello specifico essere umano una relazione di natura diversa da quella medico-paziente.

Gli esseri umani normalmente intrattengono numerose relazioni significative con altri esseri umani, da queste relazioni dipende non solo la sopravvivenza stessa dell’uomo ma anche il modo in cui egli stesso si percepisce. Più queste relazioni sono intense e significative più tendiamo a proteggerle e preservarle perchè costituiscono il nostro mondo.

Quando diciamo che un chirurgo non può operare un proprio caro è perchè tendiamo a immedesimarci con l’uomo-padre e non con l’uomo-medico. Sappiamo e sentiamo nel profondo di noi stessi che un padre sarebbe drammaticamente sconvolto nel vedere il proprio figlio gravemente ferito e che questo aspetto emotivo sarebbe talmente perturbante da rendere di fatto impossibile curarlo, nonostante abbia le competenze per farlo.

La metafora del chirurgo è una metafora potente perchè ci mette faccia a faccia con tutti quegli aspetti emotivi che vengono sollecitati dallo stare in relazione con l’altro che amiamo ma che nonostante ciò soffre.

In ambito psicologico le cose sono però un po’ diverse. Chiunque incontriamo può avere effetti terapeutici per noi e per la nostra sofferenza, chiunque può essere un “buon chirurgo”. Sentire di avere una buona rete sociale intorno a noi rappresenta uno degli indicatori primari per ciò che riguarda la nostra salute psicologica. Le relazioni sociali di buona qualità e “giusta” quantità sono una risorsa importante per il benessere dell’individuo nella sua globalità.

Sappiamo anche però, che per quanto lo stare in relazione con l’altro ci permetta di fatto di sopravvivere, le cose che riguardano gli essere umani non sono mai semplici.

Siccome noi dipendiamo dagli altri proprio come gli altri dipendono da noi e siccome i legami che ci uniscono sono emotivamente carichi, a volte troviamo qualche difficoltà quando ci troviamo ad aiutare o ad essere aiutati.

Ora pensiamo a tutte le volte che abbiamo confidato i nostri problemi a un amico. Forse in primo luogo ci verranno in mente quelle volte in cui non l’abbiamo fatto: non volevamo farlo preoccupare? avevamo timore che potesse cambiare la sua idea su di noi? abbiamo ritenuto che potessimo farcela da soli?

Altre volte invece, l’abbiamo fatto, abbiamo parlato con qualcuno cercando negli altri una risposta che avvertivamo non potesse essere trovata in noi. Forse abbiamo ricevuto validi consigli per tamponare una situazione che sembrava senza via di uscita, visioni diverse con cui confrontarsi, del conforto o semplicemente un abbraccio che per un momento ha spazzato via la solitudine ecc. ecc.

Ci è capitato, però, anche di sentirci confusi rispetto le risposte alle nostre richieste di aiuto. Ci è capitato che un consiglio non fosse sufficiente, che non lo sentissimo nostro pur riconoscendo le buoni intenzioni del nostro interlocutore, che ci sentissimo non totalmente compresi, che con vergogna ci rendessimo conto che il conforto e l’affetto non bastavano a sanare un dolore profondo, perchè ciò di cui avevamo davvero bisogno era di comprenderlo.

Non è raro che la situazione analitica conduca a riflessioni nuove, sorprendenti e di natura qualitativamente diversa a quelle a cui il paziente è abituato a ricevere dal suo contesto di vita. Esclamazioni del tipo “mio marito mi ha sempre detto che gli altri mi trattano così perchè sono invidiosi…ma questa spiegazione non mi ha mai convinta fino infondo, ora so che c’è dell’altro” oppure ” i miei amici mi dicono che non riesco a impormi sulle cose per me importanti perchè sono troppo buono, ma ormai non ne parlo nemmeno più…questa risposta mi fa sentire ancora più frustrato” sono decisamente frequenti.

Non si tratta di risposte che sminuiscono il dolore dell’altro, anche se saremmo tentati di pensarlo, ma di risposte che cercano di salvare l’altro e salvare se stessi allo stesso tempo. La donna “invidiata” è probabilmente una donna che agli occhi del marito appare forte, sicura e di successo ed è probabilmente così che il marito ha bisogno di continuare a vederla (per ragioni complesse che non è possibile esaurire in questa sede). Il ragazzo “troppo buono” potrebbe essere una persona su cui è sempre possibile fare affidamento, una persona sensibile, disponibile e generosa, una vera risorsa per chi gli sta vicino, ma che può continuare ad essere questo per gli altri solo se si lasciano da parte tutti quegli aspetti che non si accordano con questo tipo di immagine “sociale”, perchè “se non sono quello che gli altri vedono di me, io cosa sono?”.

Questo significa che parlare a uno “sconosciuto” dei tuoi problemi permette di arginare tutti quegli aspetti che sono veicolati dal legame emotivo con gli altri. Non che un terapeuta non provi sentimenti nei confronti dei suoi pazienti, questo è inevitabile, ma sa come maneggiarli e renderli validi strumenti per il lavoro psicologico. Il terapeuta è paragonabile al secondo chirurgo di qui sopra, quello che riconosce il valore della vita umana ma non ha col suo paziente un legame che sia diverso da quello professionale.

A volte quando sembra che nessuno ci voglia capire è perchè nessuno del nostro contesto sociale può davvero farlo. O si è troppo o troppo poco coinvolti, e il nostro dolore fa paura in entrambi i casi. Si è troppo vicini o troppo lontani e in entrambi i casi mettere a fuoco certi aspetti di noi stessi e degli altri diventa impresa ardua.

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Io non ho bisogno dello psicologo! Faccio da me!

  • “Io non ho bisogno dello psicologo! I miei problemi li risolvo da solo!”

E’ vero. Probabilmente non hai bisogno dello psicologo e i tuoi problemi potrai risolverli da solo e forse ci stai già provando. Ma qual è la soluzione che hai trovato? E’ una vera soluzione o è il miglior compromesso tra te stesso e il tuo dolore? Le cose potrebbero andare diversamente o ti sei rassegnato perchè non vedi altre strade possibili intorno a te?

A nessuno piace soffrire e per trovare sollievo spesso ci troviamo a fare delle cose che nemmeno a noi stessi piacciono e che nella quasi totalità dei casi finiscono per farci stare peggio. Magari ci sentiamo oppressi ma non riusciamo a capire cosa ci opprima davvero, e allora iniziamo ad arrabbiarci senza apparente motivo con tutti per rivendicare la nostra libertà, ma il conflitto non è una dimensione facile da sostenere a lungo termine perchè infondo degli altri abbiamo bisogno. Oppure ci sentiamo così poco sicuri di noi da cercare costantemente l’approvazione dagli altri e quando non la otteniamo finiamo col sentirci ancora più piccoli e invisibili. Molto frequenti negli adolescenti sono gli agiti autolesivi, come l’abuso di alcol e sostante, il sesso promiscuo, la rinuncia agli studi come tentativo di trovare un significato per sè stessi nel mondo. O nei giovani adulti l’inaffrontabile ansia per il futuro imminente, che si esplicita per esempio in percorsi accademici interminabili e accidentati, l’eterna convivenza con i genitori e la difficoltà nell’instaurare relazioni sentimentali davvero significative.

Tutte queste sono soluzioni che mettiamo in atto nel tentativo di rendere la nostra sofferenza più tollerabile ma che in realtà, molto spesso, finiscono per diventare parte integrante del problema. E quando le soluzioni che abbiamo adottato fino a quel momento non vanno più bene è possibile sentirsi come se tutto sfuggisse di mano.

Siamo abituati e forse spesso indotti a pensare che il vero problema sia il sintomo quando la realtà è molto più complessa: non è forse il sintomo stesso la soluzione che abbiamo trovato per noi stessi?

Non ci domandiamo quasi mai: “ma che significato ha questo sintomo per me?”, perchè tutta la nostra energia è concentrata sul cercare di eliminarlo, di cancellare dalla nostra vita quella cosa che ci fa stare tanto male, ma non ci rendiamo quasi mai conto che la nostra stessa vita si regge su quel sintomo che rappresenta in qualche modo una soluzione per noi.

E’ allora probabile che tu non abbia bisogno di uno psicologo perchè risolva i tuoi problemi. Questa è una cosa che stai già tentando di fare a modo tuo.

E’ un luogo comune pensare che lo psicoterapeuta risolva i problemi a chi non è capace di farlo da sè. Purtoppo (o per fortuna) nessuno al mondo è in grado di cambiare la tua vita se non tu!

Quello che un terapeuta potrà fare per te, sarà accompagnarti in un percorso di scoperta di te stesso, di comprensione profonda di quello che ti sta capitando e perchè proprio a te. Senza giudizio. La psicoterapia ti aiuterà a scoprire parti di te inesplorate che potranno arricchire il modo con cui vedi e interpreti te stesso e il mondo. La psicoterapia è un’esperienza unica per ognuno di noi e per te può fare tanto se darai una possibilità a te stesso di prenderti cura del tuo dolore.

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